L’educazione al consumo

In ogni classe c’è qualche bambino che, se si trova davanti a un tavolo con degli strumenti musicali, li tocca uno per uno. Curiosità? No. Perché se si trova nella situazione di creare qualcosa con quegli stessi strumenti, si gira a mostrare i calzini nuovi o le scarpe di Spiderman al compagno. E’ lo stesso bambino che nei giochi di movimento segue sempre la schiena di qualcun altro, e che quando tutti raccontano dove sono stati durante le vacanze di Natale, racconta che gli hanno regalato la scarpe che si illuminano al buio. Lo stesso che al ristorante ordina tutto quello che vede. Sarà quell’adolescente che vedrà tutti i film in uscita al cinema, senza emozionarsi di fronte a nessuno.

Sono bambini, questi, che tendono a esperire solo un lato delle cose, quello più luccicante, più sonoro; potremmo dire quello più superficiale, se non fosse che parliamo di bambini di 4-5 anni, a cui le categorie superficiale e profondo si addicono poco.

Piuttosto potremmo dire che non toccano mai l’esperienza pienamente, ma si limitano ad assaggiarla e poi a sputarla, cercandone un’altra; come se tendessero a consumare le cose, invece che a fruirle.

Sarebbe facile definirli “viziati”, ma la verità è che perdono quotidianamente la possibilità di assaporare, di elaborare, di trasformare esperienze.

Li osservo da un po’, cercando di capire quale meccanismo li abbia portati a questa tendenza; sicuramente non è una questione di intelligenza, molti di questi bambini (e di quegli adolescenti) hanno un’intelligenza nella media. Né può essere una questione di cultura, perché li ho incontrati in quartieri e scuole diverse. Sarebbe facile pensare che sia un problema di genitori, che magari comprano loro ogni cosa che chiedono, trasmettendo senza limiti il valore del consumismo.

Mia madre non mi ha mai comprato una barbie né un vestito di marca; mi ha sempre riempita di libri e giocattoli “educativi”. Eppure, sotto alcuni aspetti io ero una bambina così. La prima cosa che ho comprato con i soldi messi da parte era una felpa della Yale, uguale a quella delle mie compagne (messa due volte in tutto). Non è quindi riducibile alla qualità dei regali che facciamo ai nostri figli, né tantomeno alla nostra capacità di assecondare i loro desideri.

Andrà ricercato, come al solito, tra le righe dei nostri comportamenti quotidiani?

 

Cosa ne pensate? Quali sono le modalità che assumete per insegnare ai bambini ad assaporare un’esperienza, anziché a consumarla? Lasciate un commento!

5 commenti su “L’educazione al consumo”

  1. “Mia madre non mi ha mai comprato una barbie né un vestito di marca; mi ha sempre riempita di libri e giocattoli “educativi”. Eppure, sotto alcuni aspetti io ero una bambina così. La prima cosa che ho comprato con i soldi messi da parte era una felpa della Yale, uguale a quella delle mie compagne (messa due volte in tutto). Non è quindi riducibile alla qualità dei regali che facciamo ai nostri figli, né tantomeno alla nostra capacità di assecondare i loro desideri.
    Andrà ricercato, come al solito, tra le righe dei nostri comportamenti quotidiani?”
    – See more at: http://psicologo-infanzia.com/leducazione-al-consumo/#sthash.1uXQHihU.dpuf

    Ecco un argomento interessante e non solo interessante da sviluppare perché apre una finestra – o almeno uno spiraglio? – sul punto più importante da cui cominciare: anzi da cui porre le basi di ogni discorso relativo ai “bambini”.
    Ma è mai possibile si cominci sempre a considerare PRIMA gli adulti??? E non chiunque non “bambino” ma DA BAMBINO si muova nelle sue aperture suò mondo esterno? E che CHIUNQUE era prima “bambino” e poi in ogni momento prima di tutto SE STESSO?

    Ma perché se ne discute così poco nelle sedi opportune – compreso LinkedIn?

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  2. Intendi dire che bisognerebbe mettere in primo piano la soggettività del bambino, il suo modo di orientarsi e di afferrare se’ e il mondo in ogni momento, invece di concentrarsi su cosa fanno i genitori?
    Sono assolutamente d’accordo, e grazie per averlo sottolineato.
    Il grande problema della psicologia dello sviluppo è che, soprattutto a livello divulgativo, propone e promuove una visione dell’educatività basata su regole e categorie: così facendo si perde completamente di vista il bambino in prima persona, ma lo si comincia a considerare un fenomeno, risultato di un’equazione complessa di condizionamenti esterni. E, ciò che è peggio, cominciano a considerarlo così anche moltissimi genitori, che cercano di far fronte alla quantità di informazioni che arrivano a loro, e al senso di inadeguatezza in cui vengono spinti dall’esterno, attraverso l’utilizzo di questa o quella pratica, perdendo di vista completamente lo spazio intersoggettivo con il figlio.

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    • A volte tendiamo a non considerare che siamo figli di una certa cultura e che la “nostra” non è peggiore di altre.
      Negli USA,per chi si occupa di psicologia dello sviluppo ad esempio, viene fatta diagnosi di psicosi maniaco depressiva attorno ai 4 anni e i soggetti vengono messi sotto farmaci prima possibile. Da noi cosa succede invece? prima di fare una diagnosi passano 3-4 anni e se ti rivolgi ad un altro esperto ottieni una diagnosi diversa.Così collezioni diagnosi per un pò e se non sono intervenute ulteriori catastrofi per lo meno non hai ancora fatto prendere farmaci a tuo figlio che non ha più 4 anni ma 7-8.

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  3. Cara Annalisa, ti ringrazio per il contributo, hai sollevato un argomento interessante. In realtà nel mio articolo non intendevo far riferimento alla psicopatologia, in quanto non penso che i bambini che hanno difficoltà ad assaporare l’esperienza abbiano una psicopatologia. Mi interrogavo invece sulle nostre possibilità di aiutare i piccoli a soffermarsi sulle proprie sensazioni, assaporando ciò che fanno, appropriandosene fino in fondo.
    La tua puntualizzazione ha però sicuramente aperto uno spunto: non mancherò di rifletterci sopra in futuro.

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